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“Lo scopo di un Formatore non è di creare gli Istruttori a sua immagine, ma di spingerli a crearsi una propria immagine". In questa pagina, in maniera un pò presuntuosa, parlerò e parleremo,spero, di tennis...del "mio" e del "vostro"... quindi del " nostro" tennis...
giovedì 30 novembre 2017
mercoledì 29 novembre 2017
martedì 28 novembre 2017
lunedì 27 novembre 2017
DARE DEGLI OBIETTIVI POSSIBILI...Andrea Ciabocco
DARE DEGLI OBIETTIVI POSSIBILI
Insegnamento attraverso l'uso appropriato degli spazi e delle attrezzature per raggiungere e sviluppare una padronanza flessibile del colpo.
Insegnamento attraverso la variabilità che consente di adattare costantemente il proprio colpo.
Anche a livello di principianti, il maestro dovrebbe metterli il più presto possibile a palleggiare tra di loro evitando l'uso del cestino come principale strumento di insegnamento.
Quando gli allievi imparano esclusivamente a colpire palle lanciate da un cesto possono uscire traumatizzati dalla prima esperienza di palleggio rendendosi conto che è molto più difficile giocare a tennis quando non si riceve la palla all'altezza e velocità ideali o che è molto difficile mantenere un palleggio quando i colpi vanno ovunque sul campo.
Una strada molto migliore per imparare a giocare a tennis è di modificare la lunghezza del campo e il tipo di palle, così da far palleggiare gli allievi dalla prima lezione.
Gli allievi si godono il tennis molto più velocemente se viene insegnata una forma di tennis reale dalla prima lezione. Il tennis reale comporta una grande variabilità e un alto grado di controllo: due giocatori che giocano tra di loro, e non uno che lancia la palla dal cesto e l'altro che colpisce.
Quando gli allievi iniziano vicino alla rete usando palle più lente(le palle di gomma o depressurizzate se non addirittura i palloncini per i più piccoli) si riesce a far provare la sensazione reale di giocare a tennis dalla prima lezione.
Mano mano che gli allievi migliorano la loro capacità di colpire con le palle più lente da una distanza minima, il maestro può aumentare la distanza tra i giocatori e utilizzare un altro tipo di palline fino a quando i giocatori non potranno giocare comodamente dalla linea di fondo con le palle tradizionali. Oltre alle palline anche le racchette varieranno e l'altezza della rete.
Una volta che gli allievi saranno in grado di giocare comodamente dalla linea di fondo, il il maestro varierà le situazioni di gioco imponendo un maggiore grado di variabilità. Gli allievi devono sperimentare palle di altezze diverse, velocità, effetti, e direzioni ogni volta che sono in campo.
Quindi proporremo situazioni in cui la palla dovrà superare la rete a diverse altezze, essere più o meno lunga e poi combinando le 2 situazioni e a diverse velocità e infine con i diversi tipi di rotazione.
Il maestro deve progettare i propri esercizi, combinando tutte le variabili in base alla capacità dei suoi giocatori.
domenica 26 novembre 2017
Il "MIO TENNIS" da "IL SOGNO DEL MELLANO"
Quando
ho iniziato ad insegnare, rubando un po’ qui e un po’ là, leggendo di tutto,
guardando video di ogni parte del mondo si insegnava la “tecnica”, la giusta
“tecnica”. C’erano i libri dove trovavi tutte le tue certezze. Impugnature, il
diritto, il rovescio e tutti i colpi spiegati in ogni più piccolo particolare.
Si
doveva prima di colpire la prima sospirata palla, essere padroni del gesto
“corretto” e così via.
Come
ho già detto in precedenza ho avuto la fortuna di crescere come insegnante
vicino a Mario,mio fratello, che grazie alla sua capacità analitica è stato un precursore.
Cercava, e ci è spesso riuscito, di cucire un giusto abito intorno a ogni ragazzo
che gli si affidava.
La
nostra particolarità è stata quella di aver potuto, per nostra fortuna,
lavorare con ragazzi già formati. Noi, in realtà, non insegnavamo. Noi
prendevamo ragazzi già formati e li facevamo diventare, chi più, chi meno,
ognuno secondo le proprie caratteristiche, dei giocatori. È una forma di
insegnamento anche questa, ma diversa dall’insegnamento di base.
Questa
è stata, per mia fortuna, la mia “palestra”. Non ero granchè preparato, ma
supplivo con una enorme voglia di mettermi alla prova e crescevo insieme ai
ragazzi con i quali lavoravo. Decisi, a un certo punto, di iscrivermi all’Isef
che poi faticosamente conclusi. L’Isef lo feci con la consapevolezza che mai e
poi mai avrei fatto il professore di educazione fisica, ma con la voglia di
approfondire quello che già col lavoro affrontavo quotidianamente.
Mario
era un artista. Vedeva le potenzialità, capiva le caratteristiche dei ragazzi
con i quali lavorava e li cesellava pezzetto per pezzetto non dando un modello
ma arrivando al risultato attraverso delle cose “strane” che faceva fare. Non
poteva farle vedere come facevano e fanno la maggior parte degli ex giocatori
che diventano maestri e allenatori. Lo “vedeva” lui, e attraverso il suo
“metodo” e le sue spiegazioni spesso cervellotiche lo faceva mettere in pratica
dai suoi ragazzi. Un precursore.
E
cosa dicevano di lui i maestri tradizionali? Dicevano che i suoi ragazzi
giocavano tutti uguali e che avevano le cosce da calciatori.
Le
cosce grosse le avevano, è vero. E come avrebbero mai potuto tirare così forte
se non le avessero avute. Nadal ha forse le cosce piccole?
E
un cosa l’avevano tutti in comune: tiravano forte che è ben diverso da dire che
giocavano tutti nella stessa maniera. Tiravano forte e ti levavano il tempo. E
come facevano a tirare forte e a levarti il tempo? Col coraggio, con la
dedizione, con la costanza ma principalmente col coraggio.
“Se
hai paura di morire lascia perdere, non puoi provare a fare il giocatore!” Quante
volte l’ho sentito strillare. Paura di morire che poi significa che se hai
paura di andare sotto stress non supererai mai i tuoi limiti e se non cerchi di
superarti e levi la mano nel tennis moderno sei morto. Questo Mario lo capì
prima di tanti altri perché non era mai stato un giocatore di tennis in un
mondo, quello dei maestri di tennis, di giocatori di medio livello con la
presunzione di non essere arrivati ad essere, loro, giocatori veri per sfortuna
o mancanza di mezzi o altre giustificazioni del genere. Convinti che il loro
tennis era il tennis di vertice meno qualcosa.
Il
tennis di alto livello è un lontano parente del tennis di medio livello. È
un’altra cosa, altri ritmi, altre attitudini.
Mario
era questo e io ero la sua spalla. Condizione per me ideale poiché lavoravo
all’ombra di un grande, e quindi le mie responsabilità erano notevolmente
minori.
Piano
piano iniziai a insegnare nel senso vero della parola, e nel tempo da
allenatore di giocatori di livello diventai un maestro.
La
differenza?
Quando
alleni sei tu al centro, quando insegni è il tuo allievo al centro.
Sembra
banale, in realtà è una differenza sostanziale. Quando alleni giocatori di
livello sei tu che ti prendi tutte le responsabilità. Specialmente quando
qualcosa va male. Dividi gli onori e ti prendi addosso le cose negative.
Quando
insegni sei bravo se rendi il tuo allievo consapevole delle sue capacità, sei
bravo se riesci a farlo camminare con le proprie gambe il prima possibile, sei
bravo se riesci a motivarlo, sei bravo se lo fai crescere.
Quando
alleni sei bravo se il tuo giocatore vince. Solo questo.
È
più facile allenare o più facile insegnare?
È
più gratificante allenare o è più gratificante insegnare?
La
risposta che posso dare oggi è che bisogna insegnare allenando oppure allenare
insegnando, cioè che siamo nello stesso tempo insegnanti e allenatori così come
siamo, a seconda del momento, direttivi o collaborativi. Dobbiamo essere quello
che serve in un determinato momento. Ci capiterà di essere insegnanti con un
giocatore di livello oppure allenatori con un bimbo di otto anni e viceversa.
Ciò che non ci deve mancare deve essere la cultura di questo sport meraviglioso
e complicato e la capacità di adattarci a ogni ruolo che dobbiamo svolgere.
Negli
anni ho interiorizzato una mia teoria che ho visto, poi, essere presente in un
nuovo modo di insegnare il tennis. Cominciai durante l’Isef a essere
affascinato dai primi libri di psicomotricità, continuai collaborando con
Giampaolo Coppo che tra i primi cominciava, con me scettico totale, a parlare
di “consapevolezza” e approdai, alla fine, a scoprire Alberto Castellani.
Non
ho elaborato nulla di originale, ho solo riflettuto su un aspetto che secondo
me condiziona in maniera sostanziale l’approccio all’insegnamento.
Si
insegna prima la tecnica oppure la tattica?
La
mia risposta è che sulla tattica si sviluppa la tecnica; è proponendo le varie
situazioni di gioco che si sviluppa la tecnica adeguata a quella situazione
specifica, è attraverso un moltitudine di soluzioni che si sviluppa il proprio
tennis.
Il
tennis è uno sport di situazione e bloccarlo a un modello di tecnica che viene
“imposta” al tuo allievo mette un freno alle capacità creative di ognuno.
Proporre una tecnica di esecuzione ci porterà, probabilmente, ad essere padroni
di quella tecnica ma non ci metterà in condizione di adattarla al variare delle
situazioni. Variando le situazioni svilupperemo la capacità di apprendere nuove
soluzioni e saremo capaci di adattarci a qualsiasi evento.
Questo
mi ha portato, nel tempo, a non usare quasi più il cesto. Sto ascoltando il
mormorio delle decine di voi che stanno dicendo “te ne potevi accorgere
prima! Mi hai massacrato con quelle migliaia di palle da colpire!!!”.
Questo
mi ha portato nel tempo a cambiare completamente tutto.
Non
più allenamenti ripetitivi sostituiti da situazioni di gioco da affrontare e da risolvere.
In
questo mi ha aiutato l’esperienza con l’Uisp con la quale abbiamo fatto giocare
chiunque in qualsiasi luogo. L’adattabilità del tennis deve manifestarsi
necessariamente nella capacità di adattarsi alle diverse situazioni da parte
dei giocatori.
Il
giocatore moderno deve essere un grande “solutore di problemi” e deve avere una
grande e pronta “capacità di decidere”. Dobbiamo, quindi, proporre delle
situazioni che da poco realistiche diventino mano, mano sempre più realistiche.
Tutto
questo deve essere proposto senza eccessivo stress agonistico e evitando una
specializzazione precoce che porterebbe a un risultato immediato ma non stabile
nel tempo e poco flessibile.
Attraverso
il gusto del gioco, il suo fascino, la passione, si crea un ambiente favorevole
a sviluppare la capacità di apprendere in una evoluzione continua.
Non
dimenticherò mai la faccia che feci al Carcere di Rebibbia vedendo giocare un
tennis di livello da detenuti quarantenni che mai avevano preso una lezione di
tennis. Avevano imparato da soli con una motivazione incredibile nel poco tempo
a disposizione che avevano. Lì dentro non è che puoi prenotare il campo da
tennis due ore al giorno. Erano diventati dei solutori di problemi eccezionali.
Perché
finisco il libro con questi pensieri. Perchè penso che il tennis, così come le
tante altre esperienze della vita, mi ha reso migliore e l’evoluzione del mio
“stile” di insegnamento ne è la prova. Dal “cattivo” e “performante” Andrea al
più “tranquillo” insegnante di oggi, dall’esasperato “cercatore di successi” al
“facilitatore”, dal “è cosi perché te lo dico io, e ne sono sicuro” al “dimmi
cosa ne pensi e cerchiamo di risolverlo insieme”.
“Quanto
volte a settimana gioca Valerio?” mi chiese un giorno il papà di Yari
Natali, un ragazzo prodigio che purtroppo non ha raggiunto i livelli che si
pensava potesse raggiungere, cercando di carpirmi qualche segreto dopo aver
visto Valerio giocare. “Fa la scuola insieme agli altri” risposi, e mi
guardò sbigottito pensando, ne sono sicuro, che lo stessi prendendo in giro.
Era vero. Valerio ha imparato insieme agli altri, insieme anche a Claudia, una
stupenda ragazza affetta dalla Sindrome di Down. Ha imparato insieme ai detenuti
di Rebibbia, ha imparato insieme ai ragazzi di Casal del Marmo, ha imparato
insieme a Gianni Lanza, il nostro compianto campione in carrozzina. Ha imparato
un’arte e questo è quello che io potevo insegnargli. Le sue partite da
giocatore le ha vinte con lo zio Mario. Lo avessero seguito lui e Giulia magari
sarebbe diventato un giocatore. Gli ho dato quello che avevo e potevo cosi
come, in altri momenti, ho fatto con tutti i miei allievi
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